La biodiversità, intesa come ricchezza e varietà di organismi viventi sulla Terra, è fondamentale per il funzionamento degli ecosistemi. Ma il suo ruolo va ben oltre l’aspetto prettamente ambientale: la biodiversità sostiene servizi ecosistemici essenziali da cui dipendono economie, comunità e filiere produttive. Quando la biodiversità si impoverisce, anche questi servizi iniziano a venire meno. E con loro vacillano tutte le attività economiche che dipendono da un ambiente sano ed equilibrato. 

La dipendenza delle attività umane dalla biodiversità emerge in modo particolarmente evidente nel settore della pesca, ad esempio. Secondo la FAO oltre un terzo degli stock ittici mondiali è attualmente sovrasfruttato e solo nel Mar Mediterraneo e nel Mar Nero, nel 2023 il 52% degli stock ittici risultava sovrasfruttato (The State of Mediterranean and Black Sea Fisheries, FAO). Si pesca più rapidamente di quanto le specie riescano a riprodursi. La conseguenza? Il declino di molte specie marine di interesse commerciale e un generale impoverimento della biodiversità marina.

Biodiversità in crisi

Se da un lato la nostra sopravvivenza dipende profondamente dalla biodiversità, dall’altro siamo tra i principali responsabili del suo declino. Secondo la IUCN, il 38% di squali e razze è oggi minacciato di estinzione a livello globale, mentre il WWF stima che nel Mediterraneo il 25% delle specie animali marine siano a rischio.

Le cause principali di questo declino? La distruzione degli habitat, il sovrasfruttamento delle risorse, il cambiamento climatico, l'inquinamento e la diffusione di specie invasive.

Data la panoramica disastrosa in cui ci troviamo, non sono poche le iniziative che a livello europeo sono state prese per invertire questa tendenza. La Strategia dell’UE sulla biodiversità per il 2030 ha posto le basi per un ambizioso piano di ripristino, reso giuridicamente vincolante dal Regolamento (UE) 2024/1991 sul Ripristino della Natura, entrato in vigore nel 2024.

Il regolamento impone agli Stati membri di ripristinare gli ecosistemi degradati su almeno il 20% della terra e su almeno il 20% delle aree marine europee entro il 2030, e in tutti gli ecosistemi che necessitano di ripristino entro il 2050. Un obiettivo ambizioso ma necessario, considerando che nel Mar Mediterraneo, meno del 9% della superficie marina è oggi designata come Area Marina Protetta e le aree sottoposte a protezione rigorosa (no-go, no-take o no-fishing) rappresentano meno dello 0,1%.

Ruolo del settore privato: un impatto ancora poco misurato

La tutela degli ecosistemi marini richiede un approccio integrato: da un lato l’espansione e il rafforzamento delle aree marine protette, dall’altro una concreta riduzione delle pressioni generate dalle attività economiche. E il settore privato, pur dipendendo in larga misura dalla salute degli oceani e delle risorse marine, esercita impatti significativi, diretti e indiretti, sul mare. 

Negli ultimi anni, normative europee come la CSRD e la crescente attenzione ai rischi finanziari legati alla perdita di biodiversità stanno spingendo le imprese verso una maggiore trasparenza e l’adozione di strategie più sostenibili. Tuttavia, gli impatti sul mondo marino restano ancora oggi tra gli aspetti meno misurati e rendicontati. I dati disponibili sono spesso frammentari, non comparabili e basati su standard ancora poco uniformi all’interno dei bilanci ESG e dei report di sostenibilità. Il reporting aziendale sugli oceani rimane indietro rispetto ad altri ambiti ambientali, come il clima e le emissioni di CO₂, per i quali metriche, indicatori e sistemi di monitoraggio sono ormai molto più consolidati.

Nature credits: una nuova frontiera per la tutela della biodiversità

Accanto al crescente impegno richiesto alle aziende nella misurazione e nella riduzione dei propri impatti ambientali, si sta affermando sempre di più anche la necessità di contribuire attivamente alla tutela della biodiversità e al ripristino degli ecosistemi. Il paradigma della sostenibilità sta evolvendo: dalla semplice mitigazione del danno verso un approccio capace di generare un impatto positivo e duraturo sul capitale naturale.

In questo contesto si stanno consolidando nuovi strumenti finanziari e di mercato, come i Nature Credits: certificazioni volontarie che attribuiscono un valore economico misurabile a interventi verificati di conservazione, ripristino e miglioramento degli ecosistemi naturali.

Questi crediti rappresentano la quantificazione di un beneficio ambientale concreto e addizionale, generato a favore della natura, consentendo così di valorizzare e finanziare azioni di tutela e rigenerazione ambientale e, al tempo stesso, di creare nuovi incentivi economici per il settore privato.

A differenza dei tradizionali crediti di carbonio, non si basano su una sola metrica, ma tengono conto del contributo ecologico complessivo di un intervento, secondo una prospettiva più ampia e sistemica.

Pur operando ancora su base volontaria, i Nature Credits sono stati riconosciuti dalla Commissione Europea come uno strumento potenzialmente strategico per il raggiungimento degli obiettivi Nature Positive al 2030 e per contribuire a colmare il divario di finanziamento destinato alla tutela della biodiversità. La Commissione europea ha pubblicato nel 2025 la Roadmap towards Nature Credits e il quadro normativo è ancora in fase di definizione, con sviluppi attesi nel corso del decennio 2025–2035.

In uno scenario in cui oltre la metà del PIL globale dipende direttamente dai servizi ecosistemici forniti dalla natura, i Nature Credits rappresentano uno degli strumenti chiave per orientare nuovi flussi finanziari verso la transizione a un futuro realmente nature-positive. E’ in questa prospettiva che Sea the Change partecipa al gruppo di lavoro della Commissione europea dedicato allo sviluppo dei Nature Credits, con l’obiettivo di contribuire attivamente a questo percorso di trasformazione.

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