Temperature da record: ogni anno la stessa frase 

Il termometro del mare segna ogni estate temperature sempre più alte, raggiungendo nel Mediterraneo ad agosto una temperatura media giornaliera di 28,54 ºC, la più alta registrata dal 1940.  

A preoccupare sono le ondate di calore sempre più frequenti: periodi prolungati in cui la temperatura superficiale del mare supera di molto la media stagionale. A preoccupare non è solo l’intensità del picco, ma la durata di questi eventi. Negli ultimi trent’anni, a causa del cambiamento climatico, le marine heatwaves sono infatti aumentate di oltre il 50% (IUCN, 2021). Episodi un tempo considerati eccezionali, oggi si ripetono con maggiore frequenza e persistono più a lungo, al punto da non poter più essere definiti “estremi”: sono parte della nostra quotidianità. 

Quanto pesa il cambiamento climatico sulla pesca?

Tanto, tantissimo. 

Nel Mediterraneo e nel Mar Nero, la pesca genera circa 3,1 miliardi di dollari di ricavi alla prima vendita e sostiene circa 750.000 posti di lavoro lungo la filiera. Un comparto vitale per le comunità costiere, ma che oggi opera sotto pressioni sempre più forti (The State of Mediterranean and Black Sea Fisheries, 2025).

“Migranti climatici” del mare

L’aumento delle temperature provoca spostamenti di intere popolazioni ittiche verso aree più favorevoli. Alcune specie diventano meno disponibili nelle zone tradizionali di pesca, mentre altre compaiono in nuove zone, alterando equilibri ecologici ed economici. Un caso emblematico è quello dello sgombro atlantico, che dal 2007 si è spostato progressivamente verso nord in risposta al riscaldamento delle acque. Gli studi mostrano che per ogni grado di aumento della temperatura del mare la zona di riproduzione dello sgombro si sposta di circa 370 km più a nord (Chust et al., 2023). 

Allo stesso tempo, specie provenienti da acque più calde trovano nel Mediterraneo condizioni sempre migliori. Tra queste il vermocane (Hermodice carunculata), una specie urticante e vorace, particolarmente problematica nel Sud Italia, dove si insinua nelle reti, raggiunge i pesci impigliati e ne divora le carni, rendendo il pescato non commerciabile.

Se nel caso del vermocane il riscaldamento favorisce l’espansione di una specie già presente nel Mediterraneo, un fenomeno sempre più diffuso è la “tropicalizzazione” dei mari: l’arrivo e la stabilizzazione di specie tipiche di acque tropicali e subtropicali, spesso provenienti dal Mar Rosso. Si stima che nel Mediterraneo arrivi una nuova specie ogni due settimane, tanto che il numero di organismi alloctoni ha ormai superato quota 1.000, in netto aumento rispetto alle meno di 800 specie registrate dall’Agenzia Europea dell’Ambiente nel periodo 2012‑2017.

Queste possono competere con le specie native, alterare le reti trofiche e modificare la composizione degli stock ittici, con possibili ripercussioni sulla redditività della pesca.

E l’acquacoltura? 

Anche per l’acquacoltura gli effetti del cambiamento climatico sono devastanti. Nel 2026, in Emilia‑Romagna, si è registrata una moria di cozze fino al 100% e un crollo del seme fino al 90%. Acque più calde favoriscono la formazione di mucillagini, che si depositano sui molluschi, compromettendone la capacità di filtrare e svolgere funzioni vitali, tanto che in molte marinerie le perdite di prodotto hanno raggiunto il 60–70%.

Difficoltà simili hanno riguardato anche i mitili di Taranto, nel Mar Piccolo, dove il caldo ha danneggiato non solo il prodotto finale, ma anche il novellame da cui dipendono le produzioni future. 

L'acidificazione dei mari: un cambiamento invisibile 

E se il caldo estremo è un fenomeno che possiamo percepire direttamente, l’acidificazione è uno di quei processi silenziosi, invisibili ma altrettanto dannosi. Il pH medio globale della superficie oceanica è sceso da 8,11 nel 1985 a 8,04 nel 2024, e le proiezioni indicano un ulteriore calo nei prossimi decenni (dati European Environment Agency). Sebbene sembri un fenomeno puramente scientifico, che poco ci riguarda, le conseguenze dell’acidificazione degli oceani sugli ecosistemi marini e sulle attività economiche sono molto concrete.

L’acidificazione, causata principalmente dall’assorbimento della CO₂ atmosferica da parte degli oceani, riduce la disponibilità di ioni carbonato, fondamentali per coralli, molluschi e altri organismi marini per costruire e mantenere conchiglie e scheletri. Ne consegue un indebolimento non solo di questi organismi, ma anche degli habitat biogenici: “costruiti” direttamente dagli organismi viventi e dai loro resti, e che, tra le altre cose, rappresentano hotspot di biodiversità e aree cruciali per la pesca (OGS, 2023). 

La resilienza: capacità fondamentale per navigare un mare che cambia 

Di fronte a queste problematiche che sembrano senza soluzione, la risposta non può essere un ritorno allo stato iniziale. Far fronte al cambiamento climatico è una sfida globale, tra le più complesse e urgenti del nostro secolo.

Il settore della pesca deve quindi prepararsi a convivere con un mare che cambia, rafforzando la propria resilienza e capacità di adattamento.

Per affrontare il cambiamento bisogna prima conoscerlo: capire cosa cambia, come e con quale rapidità. E i pescatori, grazie alla loro presenza quotidiana in acqua e alla conoscenza diretta del territorio, possono diventare vere e proprie sentinelle del mare, contribuendo al monitoraggio, alla raccolta di dati aggiornati e all’allerta precoce.  

Tutelare la pesca significa anche tutelare gli habitat che la sostengono. Le Aree Marine Protette rappresentano in questo senso uno strumento concreto: sono rifugio e nursery per numerose specie, contribuendo al recupero delle popolazioni ittiche e il loro spillover verso le aree circostanti (FAO). 

Risulta poi essenziale puntare sulla diversificazione, sia delle specie pescate sia delle fonti di reddito delle comunità costiere. Valorizzare specie tradizionalmente meno utilizzate e affiancare alla pesca altre attività, può contribuire a rendere il tessuto economico locale più resiliente, riducendo la dipendenza da una singola attività e aumentando la capacità di risposta agli shock.

Sea the Change lavora in questa direzione, sviluppando progetti insieme ai pescatori per rafforzarne il ruolo nella tutela del mare, promuovere l’innovazione e accompagnare il settore verso nuove forme di adattamento. Allo stesso tempo, sviluppiamo interventi per ripristinare gli habitat costieri e contrastare le altre pressioni che, insieme al cambiamento climatico, stanno mettendo a rischio la salute dei nostri mari.

 

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